mercoledì 30 novembre 2016

TUTTI I MOTIVI PER DIRE NO IL 4 DICEMBRE. CONDIVIDI PER INFORMARE

Vi mostriamo 10 punti per dire no –

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Diamo qualche dato dell’Italia del 2016: disoccupazione giovanile con punte del 67% in alcune aree; siamo il primo Paese in Europa per livello di corruzione percepita; ci sono 11 milioni di persone che non hanno i mezzi per curarsi e circa 10 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà – stabilita da Eurostat/Istat. Non parliamo di senzatetto, ma di laureati che non trovano lavoro, o di genitori separati o divorziati, o professionisti che il lavoro lo hanno perso. Abbiamo un’emergenza immigrazione e un’emergenza lavoro. In tutto questo, la priorità degli italiani era stravolgere 47 articoli della Costituzione? NO. Renzi avrebbe potuto fare una seria legge contro la corruzione, un vero piano per creare posti di lavoro, e non la Repubblica fondata sui Voucher e sui fallimenti del Jobs Act, dare avvio al reddito di cittadinanza. Invece decide di riformare la legge più importante che tiene unito il Paese e ci assicura un assetto democratico. Perché tanta fretta? Perché costringere il Paese a scegliere su qualcosa che non è affatto prioritario? Tra l’altro queste modifiche non porteranno ad alcun incremento degli investimenti esteri nel Paese perché tutti i deterrenti (corruzione, processi lenti e senza certezza della pena) resteranno al loro posto, anzi, l’accrescere della burocrazia sarà un ulteriore ostacolo. La riforma è evidentemente un pretesto per assicurarsi un potere personale amplificato e distribuire poltrone e immunità parlamentare. Questa è la loro priorità.
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Chi sostiene il sì, dice che il Paese è fermo e bisogna cambiare la Costituzione. La realtà è che il Paese è fermo per colpa dei fallimenti del governo, in materia di scuola, lavoro, anticorruzione. Stanno addossando le loro incapacità sulla carta fondamentale dello Stato. Il risultato di questa riforma sarà il caos istituzionalizzato: i presidenti delle due Camere dovranno trovare un accordo su quale iter una legge si dovrà seguire, si aprono 10 scenari diversi (alcuni calcolano che siano anche di più i futuri iter legislativi, a fronte dei due attuali). In caso di mancato accordo – caso molto probabile, soprattutto se i due presidenti apparterranno a forze politiche diverse – non è stato previsto nessun meccanismo di risoluzione del conflitto e dovrà intervenire la Corte costituzionale, con conseguente rallentamento e paralisi. In ogni caso il bicameralismo paritario resta per 16 ambiti materiali per cui non cambierà nulla e il nuovo Senato potrà sempre chiedere di esaminare i testi licenziati dalla Camera, col risultato di tre passaggi minimi e un perdita di tempo di un mese, perché la Camera potrà sempre rigettare i rilievi del nuovo Senato. Se questo è il cambiamento, noi diciamo no

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Avremo un Parlamento composto quasi esclusivamente da nominati. Ai cittadini restano le spese di mantenimento dei senatori ma non la possibilità di eleggerli, nonostante la Corte costituzionale abbia bocciato il “porcellum” anche per l’assenza delle preferenze. Riforma e nuova legge elettorale, permetteranno ai politici di eleggere altri politici e occupare tutto il Senato e la stragrande maggioranza della Camera. I nuovi senatori saranno nominati fra i componenti dei consigli regionali e saranno premiati i più fedeli al capopartito oppure quelli che hanno guai con la giustizia considerato che la nomina a senatore contiene anche il bonus dell’immunità. Insomma dei soldatini che non faranno alcuna resistenza ai provvedimenti in cui ci sarà un esplicito interesse per gli amici della casta.

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Per comprendere le conseguenze nefaste di questa riforma bisogna ricordare che i senatori saranno nominati dai partiti fra sindaci e consiglieri regionali, cioè dalla classe politica che risulta ad oggi la più corrotta in Italia (basti ricordare il caso dei consiglieri regionali lombardi coinvolti nello scandalo sulla sanità, per citare solo uno tra i tanti esempi). Questi nuovi senatori potranno godere dell’immunità parlamentare, diaria e rimborsi vari e fissarsi da soli le proprie indennità aggiuntive. Pur non avendo specifiche competenze in materia, dovranno legiferare sulle future modifiche alla Costituzione e su materie che riguardano l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e il diritto di famiglia Inoltre opereranno senza vincolo di mandato in Parlamento, cioè potranno liberamente cambiare casacca quando gli aggrada e fare il salto della poltrona da un partito all’altro. Non dovranno neanche rappresentare i territori nei quali sono stati eletti, ma risponderanno solo ai partiti che li hanno fatti nominare.

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Alla mancata abolizione del Senato si aggiunge la confusione provocata dai procedimenti legislativi che passano da due (quello costituzionale e quello ordinario) a dieci. Inoltre, l’iter per approvare una legge, invece di essere più breve, diventerà più lungo: sono previste circa 16 materie che dovranno passare obbligatoriamente all’esame delle due Camere e c’è il rischio – che è quasi una certezza- che si inneschino dei conflitti di attribuzione e competenza, cioè che il presidente della Camera e quello del Senato debbano decidere quale iter legislativo adottare: monocamerale, bicamerale, monocamerale rinforzato, ecc. Dal momento che una legge raramente riguarda un solo tema, una sola materia, sarà difficile stabilirlo… figuriamoci se i presidenti saranno di due partiti diversi! In caso di conflitto, chi ha scritto la riforma non ha previsto nessun meccanismo di risoluzione, motivo per cui dovrà intervenire la Corte Costituzionale, con conseguente paralisi dell’attività del Parlamento; la risoluzione dei conflitti attraverso la Corte può durare mesi. In ogni caso, il nuovo Senato può sempre chiedere di analizzare i testi approvati dalla Camera e proporre cambiamenti. La Camera potrà anche non prenderli in considerazione, col risultato che si allungano i tempi e tutto il lavoro del Senato sarà sprecato.


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Dopo i proclami di Renzi di 1 miliardo di risparmi, poi corretti a 500 milioni (secondo il Ministro Boschi), è intervenuta la Ragioneria Generale dello Stato, organo governativo, che ha certificato circa 57 milioni di risparmio all’anno. Tradotto: 90 centesimi a italiano all’anno circa. Il solo referendum costerà 300 milioni di euro. Se i partiti avessero votato la nostra proposta di legge per la riduzione degli stipendi di tutti i parlamentari avremmo risparmiato in poche ore circa 90 milioni di euro, ma hanno insabbiato la proposta in Commissione. E’ evidente che il tema del presunto risparmio è una scusa, per allettare alcuni elettori e trarli in inganno su una riforma che, letteralmente, si compra i loro diritti per un caffè all’anno.

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La riforma Renzi-Boschi-Verdini interviene sul titolo V introducendo una clausola di supremazia, che sarebbe più corretto chiamare “clausola di sottomissione”. Con questa, lo Stato ha potere assoluto in materia di trasporti e distribuzione dell’energia. In pratica, può decidere di imporre a un territorio un gasdotto, come quello che passerà sotto Amatrice, in piena zona colpita dal sisma, oppure il TAP, per il quale bisognerà abbattere centinaia di ulivi secolari pugliesi. Contro queste decisioni, ai cittadini non resterà nessun mezzo per opporsi, dato che regioni e Comuni non avranno più voce in capitolo. Lo stesso discorso si applica a opere quali il TAV Torino-Lione, ma anche discariche ed inceneritori, che potranno essere dichiarati dallo Stato di “interesse nazionale”. Se Renzi parla di “Senato delle autonomie”, forse parla di un altro Senato, non certo di quello previsto dalla sua riforma.

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Senatori e sindaci in modalità via-vai entreranno ed usciranno dal Senato al ritmo delle elezioni regionali ed amministrative dei rispettivi territori, tutte sfasate. Questo è particolarmente grave nel caso dei sindaci, che saranno costretti a lasciare le loro città per recarsi a Roma più volte al mese, e probabilmente anche più giorni alla settimana. E’ stato inserito in Costituzione, infatti, l’obbligo di partecipare ai lavori delle commissioni parlamentari. Inoltre, non è chiaro come verranno scelti i 21 sindaci (su circa 8000) e i 74 consiglieri regionali che dovranno fare parte del nuovo Senato: le modalità verranno stabilite da una legge successiva, che siamo costretti firmare in bianco, se dicessimo sì alla riforma.

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Ad oggi, i cittadini possono partecipare all’attività legislativa del Parlamento tramite le leggi di iniziativa popolare, con la raccolta di 50 mila firme, che vengono poi esaminate in Parlamento. E’ uno degli strumenti a disposizione degli italiani che deriva dal principio della sovranità popolare sancito dalla Carta costituzionale. Portando la soglia delle firme da raccogliere a 150 mila, sarà molto più difficile per i cittadini suggerire delle proposte di legge al Parlamento. Lo stesso discorso vale per lo strumento del referendum abrogativo. È vero che è stato ridotto il quorum che renderebbe valida la consultazione popolare (quorum che, dal 50% più uno degli aventi diritto, passerebbe alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni per la Camera), ma la validità della consultazione sarà più facile solo se si raccolgono ben 800 mila firme (300 mila in più del numero attuale). In questo modo aumenta la distanza fra gli elettori e le istituzioni e la possibilità che i cittadini hanno per esprimersi attraverso gli strumenti della democrazia diretta viene ulteriormente ostacolata.

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Questa riforma può produrre una deriva autoritaria. Introduce una forma di presidenzialismo mascherato privo dei meccanismi di equilibrio e dei sistemi di pesi e contrappesi istituzionali tipici degli altri sistemi democratici. Infatti il Capo del Governo, come capo politico del primo partito che vince le elezioni otterrebbe uno strapotere incontrastato sia nel Governo che in Parlamento. Sarebbe per legge sia il capo del Governo, sia il capo della maggioranza nella sola Camera che rimarrà. Dato che la maggioranza dei parlamentari sarà costituita da nominati e viste le modalità di elezione degli organi costituzionali di garanzia, il Capo del Governo non avrà nessun problema, ad esempio, nel far eleggere un Presidente della Repubblica a lui gradito o i membri della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura di nomina parlamentare. Avrà anche una maggiore influenza nella scelta dei dirigenti Rai, più di quanto non accada già, e nella composizione degli organismi di controllo come le Authority. Le leggi dell’esecutivo potranno avere sempre una corsia preferenziale; su queste leggi il Governo potrà continuare a porre la fiducia e a superare qualsiasi proposta di modifica con i maxiemendamenti. Infine, con la “clausola di supremazia” prevista dalla riforma, si darà allo stesso Governo, invece che al Parlamento, il potere di scavalcare le Regioni nell’attività normativa anche negli ambiti attualmente riservati alle Regioni.

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