venerdì 23 dicembre 2016

"Auto di lusso, orologi e gioielli in cambio di favori". In manette ex Parlamentare PDL

Alfonso Papa condannato a 4 anni: "Auto di lusso, orologi e gioielli in cambio di favori"

L'ex parlamentare ed ex magistrato Alfonso Papa è stato condannato a 4 anni e 6 mesi di reclusione dai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Napoli, nell'ambito di un processo nato dalla cosiddetta inchiesta P4. L'uomo politico avrebbe chiesto e ottenuto da imprenditori denaro e regali, come auto costose, alloggi in hotel di lusso e orologi, in cambio di informazioni riservate su indagini in corso a loro carico. In alcuni casi, avrebbe promesso favori processuali.






I pm Henry John Woodcock e Celeste Carrano avevano chiesto 8 anni, contestando i reati di concussione per induzione, corruzione e ricettazione, ma per alcuni è intervenuta la prescrizione. Per il pm Woodcock, Alfonso Papa realizzò una sorta di 'azienda criminale' riuscendo, grazie ai suoi stretti rapporti con un maresciallo del Ros e investigatori della Guardia di Finanza, a ottenere notizie riservate su inchieste in corso e spendendo tali conoscenze per avvicinare imprenditori ed estorcere loro soldi, regali e favori di vario genere.

L'indagine è partita a giugno del 2011 quando Papa era ancora deputato del Pdl. A luglio la Giunta per le autorizzazioni della Camera diede il via libera alla richiesta dei magistrati partenopei e a ottobre Papa fu arrestato per poi essere scarcerato dopo 4 mesi di reclusione.


Amatrice, il sindaco sfida i parassiti: "Li invito ad uno ad uno a dormire nei container per capire cosa si prova"

Ennesima splendida iniziativa ideata dal sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, che questa mattina è intervenuto su Radio Cusano Campus nel corso del format ECG. Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, invita la politica sul territorio e lancia un appello che non dovrà assolutamente passare inosservato.


Sergio Pirozzi ha lanciato una nuova iniziativa per Amatrice: “Lancio un appello: il 27, il 28 e il 29 un deputato per ogni gruppo parlamentare venga a stare tre giorni insieme a me. Per accrescere le sue conoscenze e stare tutti insieme. Voglio dare questa opportunità straordinaria al Parlamento. Tutti insieme appassionatamente per tre giorni. Si dorme nei container, si fa un corso di formazione accelerato, per capire quello che succede quando c’è un dramma o disgrazia. Mi auguro che un parlamentare per ogni gruppo politico venga a stare tre giorni con me. Lancio questo appello, sarebbe una cosa straordinaria, in un momento in cui il popolo pensa che la politica stia distante dalla gente. Così i politici staranno al mio fianco, avranno un quadro a 360 gradi della situazione. Li invito a stare qui con me, tutti con gli scarponi, perché qui c’è il fango. Niente scarpe con i tacchi, niente scarpe con le suole. Stiamo insieme e lavoriamo. Questa può essere una grande esperienza umana per i parlamentari, che poi, non dimentichiamocelo mai, lavorano per il popolo”.
Il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, ha speso parole d’elogio per Renzi: “Con me è stato una persona squisita, mi ha ascoltato per diverse ore in diverse giornate, sia all’alba che di notte. Sono state riconosciute le nostre istanze, il 100% prima e seconda casa, il finanziamento del fondo commerciale che non c’è più a tempo, io penso che abbiamo il dovere di riconoscere, se siamo persone serie, l’impegno di un uomo. Il fatto che abbia dato al nuovo Premier, Gentiloni, la felpa di Amatrice sta a testimoniare l’attenzione di chi ci governa”.
Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, ha annunciato che Gentiloni il 24 sarà ad Amatrice: “Il 24 il Premier sarà ad Amatrice, ci vedremo per la prima volta”.

mercoledì 21 dicembre 2016

Anche Nardella, il galoppino di renzi, comprò casa con tre assegni "fuorilegge". Ma nessuno s'indigna




Ci fu un Esposto contro Dario Nardella per una casa acquistata nel 2014. Si tratta di un appartamento in via del Paradiso che il sindaco di Firenze ha comprato insieme alla moglie Chiara Lanni dall’imprenditore Riccardo Frassineti pagato 530mila euro con tre assegni circolari: uno,  da 328mila euro emesso dal Banco di Napoli con sede in piazza del Parlamento, un altro dalla Bnl di Firenze e un terzo a favore della Banca Federico Del Vecchio (di proprietà di Banca Etruria).


Gli assegni hanno tutti importi superiori ai limiti di segnalazione agli organi di controllo per l’antiriciclaggio e l’immobile, soggetto ai vincoli dei beni culturali, non ha ricevuto alcun diritto di prelazione dal parte del ministero. Per questo il dipendente del Comune di Firenze Alessandro Maiorano ha fatto denuncia alla Guardia di Finanza per un possibile danno erariale.

SALA HA FATTO TRIS! ECCO LE 3 INCHIESTE CHE NESSUNO GLI RICORDA: ALTRO CHE SOSPENSIONE. QUESTO DEVE ANDARE A CASA!

Giuseppe Sala è tornato sindaco. Dopo quattro giorni, ha sospeso la sua autosospensione (giuridicamente insostenibile), dicendosi soddisfatto per l’incontro avuto in Procura generale dal suo avvocato, Salvatore Scuto: “Sereno e proficuo”, lo ha definito il legale. In verità, l’incontro è stato del tutto inutile, tanti sorrisi di circostanza e nessuna informazione sulle indagini, che i magistrati non possono dare. Non hanno offerto neppure garanzie su quando Sala sarà interrogato: lo decideranno loro. Quando mai chi indaga si fa dettare i tempi dall’indagato? Ma il sindaco di Milano doveva trovare un modo per uscire dall’impasse, dopo la strana autosospensione decisa d’impulso appena saputo di essere indagato. E allora la visita di Scuto in Procura generale è stata il pretesto da dare alla stampa per spiegare il ritorno.


In verità, Sala è indagato non una, ma tre volte. E lo sa. Perché tutto in questa storia è già stato scritto. Anche se i giornali, che su quel che succede a Roma hanno giustamente la memoria di ferro, tendono a dimenticare che cosa accade a Milano. Ecco dunque i tre procedimenti, noti, in cui il sindaco è sotto indagine.

La “piastra”.

Il primo è quello dell’indagine sulla “piastra”, il più grande degli appalti Expo, base d’asta 272 milioni di euro, per costruire l’infrastruttura di base su cui poi sono stati impiantati i padiglioni. Sala è accusato di falso ideologico e falso materiale, per aver retrodatato due verbali per la sostituzione di due commissari di gara che avevano il compito di scegliere l’azienda vincitrice. La Mantovani spa si impose nell’agosto 2012 offrendo, con un ribasso da brivido del 42 per cento, soltanto 165,1 milioni: una cifra che “non era idonea neppure a coprire i costi”, annotano gli investigatori, segnalando anche “numerose anomalie e irregolarità amministrative”, sia nella “scelta del contraente”, sia “nella fase esecutiva”.

La cifra è troppo bassa, ma Sala non bandisce una nuova gara, per paura di non finire in tempo i lavori. Preferisce accordarsi con la Mantovani concedendole senza gara nuovi lavori aggiuntivi che compensino il mega-ribasso iniziale. Per esempio, i 6 mila alberi di Expo sono stati pagati 4,3 milioni (716 euro l’uno), mentre la Mantovani li compra in un vivaio a 1,6 milioni (266 euro l’uno).

La Procura, che non aveva neppure iscritto Sala tra gli indagati, chiede l’archiviazione dell’indagine. Ma il gip Andrea Ghinetti non archivia, bensì fissa l’udienza preliminare per discutere le contestazioni. A questo punto, la Procura generale guidata da Roberto Alfonso avoca l’indagine, che passa al sostituto procuratore generale Felice Isnardi il quale iscrive Sala nel registro degli indagati e chiede altri 6 mesi di tempo. Ora sarà il gip Lucio Marcantonio a decidere se concederli o meno.

La casa in Svizzera.

La seconda indagine riguarda le false attestazioni di Sala che da amministratore di Expo aveva dovuto firmare il 19 febbraio 2015 un documento per la legge sulla trasparenza che terminava così: “Sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero”. Non aveva però dichiarato, tra le sue proprietà, una casa in Svizzera e, tra le sue attività, una società immobiliare in Romania e una azienda in Italia (Kenergy). Aveva anche ammesso la “proprietà al 100 per cento di un terreno sito nel Comune di Zoagli”: ma quel “terreno” in verità era una villa.

Dopo che il caso era stato sollevato da un articolo del Fatto quotidiano il 2 aprile 2016, Sala era stato iscritto, in gran segreto, nel registro degli indagati il 26 aprile. Il 24 giugno 2016 il Fatto aveva rivelato che Sala era indagato. Nessuna autosospensione. A luglio però il pm Giovanni Polizzi aveva chiesto al giudice delle indagini preliminari di archiviare il caso. La richiesta è ancora pendente davanti alla gip Laura Marchiondelli che non ha ancora deciso.

Così come la gip Ilaria De Magistris, che dovrà prendere una decisione sulla terza indagine, quella sulle monete di Expo, vicenda già sollevata nel novembre 2015 dal Giornale. Se le due giudici non accettassero la richiesta d’archiviazione della Procura, potrebbe intervenire anche in questi casi la Procura generale che potrebbe avocare le due inchieste come già quella sulla “piastra” Expo.

Le monete Expo.

Sandro Sassoli ha denunciato Sala per truffa il 12 ottobre dello scorso anno. Sassoli è l’amministratore unico della “Museo del Tempo srl”, società che il 14 dicembre 2011 aveva chiuso un contratto con Sala per la licenza esclusiva per le monete e le medaglie di Expo 2015. I gadget dovevano avere due canali di vendita, secondo quanto sottoscritto da Sala, con l’ausilio di tre suoi collaboratori, tra cui Piero alias Pietro Galli, direttore generale della divisione vendite, marketing e gestione di Expo e già condannato definitivamente a due anni per bancarotta fraudolenta, come rivelato dall’Espresso.

Ma Sassoli non otterrà mai quanto concordato, né all’interno dei padiglioni, né con la banca prescelta, Intesa, che si rifiuta di distribuire le monete. Nell’esposto è anche riportata la risposta arrogante con cui Galli, a nome di Sala, liquidò Sassoli che chiedeva chiarimenti: “Fateci causa! Preferisco avere un contenzioso con Museo del Tempo piuttosto che con Banca Intesa”.

Non solo, a fronte dei danni da 25 milioni di euro lamentati dall’azienda, Sassoli si è visto chiedere da Expo mezzo milione di euro come “minimo garantito” previsto dal contratto. Di qui il reato di truffa aggravata per Sala, Galli e altre due persone vicine all’allora commissario di Expo. Alla fine dell’ottobre 2015, il procuratore aggiunto Giulia Perrotti chiese l’archiviazione ma l’opposizione avanzata da Sassoli, assistito dall’avvocato Sergio Orlandi, fece slittare tutto all’udienza del gip del 22 luglio scorso. In pratica, Sala si è candidato sindaco da indagato anche per questa vicenda. E lo resta, in attesa della decisione del gip.



Tre processi (più uno)

1. Giuseppe Sala è indagato per falso materiale e falso ideologico dalla Procura generale di Milano, per aver retrodatato due verbali per la sostituzione di due commissari della gara per l’appalto della “piastra” Expo.

2. Il sindaco è ancora indagato anche per le sue false dichiarazioni sulle proprietà (casa in Svizzera, villa a Zoagli) e attività (società in Italia e Romania). La Procura ha chiesto l’archiviazione, ma la gip Laura Marchiondelli non si è ancora pronunciata.

3. È anche indagato per truffa per la vicenda delle monete Expo. Su questo caso, dovrà pronunciarsi la gip Ilaria De Magistris.

4. Ineleggibile? Accanto ai tre procedimenti penali noti, c’è anche un processo civile che ha per protagonista Sala. Alcuni cittadini milanesi hanno infatti chiesto al Tribunale civile se l’ex commissario Expo non sia ineleggibile alla carica di sindaco. Ha infatti firmato atti della società Expo spa come commissario di governo, in date successive alle sue dimissioni, consegnate il 15 gennaio 2016 con effetto dal 1 febbraio. Il 3 febbraio ha firmato il “Rendiconto 2015” dell’esposizione. E addirittura il 27 aprile 2016 la “Situazione dei conti Expo al 31 dicembre 2015 e 18 febbraio 2016”. Così, sostengono i cittadini ricorrenti, ha sospeso le sue dimissioni restando commissario di governo. Dunque ineleggibile.

GIANNI BARBACETTO

Jacopo Fo: "W il M5S, unica forza contro la Casta"

Il Movimento ha cambiato lo scenario della politica italiana.
Finalmente la Casta si è trovata a fare i conti con una forza politica in grado di contrastarla. Se non ci fosse stato il M5S a dare una risposta civile alla corruzione ci saremmo trovati con un Salvini o un altro Trump italiano come più votato.
E da quando i cittadini hanno dato la fiducia al M5S hanno messo in moto un sistema di controllo sulle scelte degli organismi decisionali dello Stato.
Per la prima volta un gruppo di eletti ha deciso di tagliarsi lo stipendio e restituirlo alla società, per la prima volta un gruppo politico ha rinunciato ai finanziamenti pubblici…


E se andiamo a vedere cosa è successo a Roma per la prima volta una dirigente di un gruppo politico, Roberta Lombardi, ha denunciato pubblicamente la pericolosità di un gruppo interno alla sua stessa organizzazione (Marra e compagnia) dopodiché è andata dai magistrati facendo seguire alle parole un esposto. È la prima volta che un esponente di un gruppo politico rinuncia a “tacere per il bene dell’organizzazione”…

E se c’è chi si stupisce del fatto che la Raggi sia in difficoltà… beh… Credo che sia infantile sperare che chiunque non sia in difficoltà nella gestione di un sistema incancrenito da decenni come quello romano. Destra e sinistra hanno orrendamente collaborato nel lasciar tracimare il malgoverno infettando ogni livello dell’amministrazione della città. Neanche Superman poteva risolvere velocemente la situazione…

Resta però il fatto che la Raggi ha brillato per un misto di leggerezza e cocciutaggine dimostrando di avere una concezione della politica lontana da quella che la maggioranza dei suoi elettori si aspettava. E resta il fatto che è notevole la percentuale di sindaci e di parlamentari scelti dal M5S che poi si sono allontanati o sono stati espulsi.
Quindi spero che nessuno si offenderà se dico che forse qualche cosa va migliorata.
E mi riferisco a una questione centrale per qualunque gruppo politico: come si formano e come si scelgono i dirigenti?
La qualità di un gruppo è determinata proprio da questa questione di metodo.

Nel convegno che a Firenze sancì la nascita delle Liste Civiche posi proprio questa questione. Si possono scegliere quelli che sono più bravi a parlare oppure quelli che sono più bravi a fare.
Proponevo di centrare l’iniziativa del M5S sull’azione diretta, impegnarsi nella creazione di servizi utili per i cittadini: gruppi di acquisto e altri sistemi di consociazione, supporto alle associazioni solidali, supporto legale alle battaglie per la difesa dei diritti e del territorio… Se uno dimostra di essere bravo nella gestione di queste iniziative può candidarsi… E guardando quel che ha realizzato, e come, puoi decidere se votarlo alle primarie web o no.

Allora il Movimento scelse un altro percorso. E devo dire che col senno di poi capisco perché venne scartata la mia proposta che necessitava di tempi e modi lenti e difficili. Si scelse di puntare tutto sulla comunicazione e sul dare una risposta alla rabbia. Rovesciare il tavolo della politica italiana venne reputato più urgente dell’intraprendere la costruzione di un’organizzazione strutturata sulla capacità di azione capillare sul territorio. E il successo del M5S dimostra che la questione che ponevo non era allora prioritaria.

Ma oggi continuare a non selezionare i candidati sulla base delle capacità di gestione di iniziative concrete sarebbe suicida. Gli elettori possono perdonarti una volta l’errore di avere scelto un candidato totalmente inesperto, non te lo perdonano due volte.
E credo sia necessario anche che chi si è distinto nella pratica dell’azione diretta sul territorio poi debba anche ricevere una formazione adeguata: il M5S ha urgente bisogno di creare una scuola di pubblica amministrazione.
E ha anche bisogno di creare un centro di consulenza tecnico legale per supportare sindaci e parlamentari. È assurdo che i sindaci debbano studiarsi da soli strategie energetiche e culturali, delibere e percorsi burocratici: si fa lo stesso lavoro decine di volte. È uno spreco energetico!

Infine credo che se si scegliesse di mettere al centro dell’iniziativa del M5S l’azione diretta sarebbe un gran bene. Il M5S dimostrerebbe fuori dal parlamento e dei consigli comunali la sua capacità di fare e quindi aumenterebbe la sua credibilità come forza di governo.
Volete vincere o no?

Jacopo Fo per "IlFattoQuotidiano"

Elezioni più lontane? Ovvio, nei sondaggi vola il M5S e tracolla il PD. Ecco i dati

erché Silvio Berlusconi afferma che non ha alcuna fretta di andare al voto? Perché anche il Partito Democratico, nonostante le parole di Renzi di domenica scorsa sul Mattarellum, rinvia la discussione sulla riforma sulla legge elettorale a dopo il pronunciamento della Consulta? C'è un motivo che lega le risposte a questi due interrogativi. Un motivo rigorosamente 'top secret', di quelli che ufficialmente nessun politico - almeno di Pd e Forza Italia - ammetterà mai.

I sondaggi riservati, quelli che non appaiono sui media ma che restano nelle segreterie dei partiti danno risultati "altamente preoccupanti". Ovviamente preoccupanti per Renzi, Berlusconi, il presidente Mattarella e le istituzioni europee. Il Movimento 5 Stelle, nonostante la tempesta sulla giunta capitolina di Virginia Raggi, viene dato nettamente come primo partito ben oltre il 30% mentre la Lega di Matteo Salvini sarebbe balzata dopo il No al referendum costituzionale oltre il 15% e, insieme a Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, supererebbe addirittura il 20%. Il tutto con il Pd sotto il 30% e Forza Italia tornata al 10 (se non meno).

Altro che legge elettorale "omogenea", come ripete il Capo dello Stato, o crisi del sistema bancario, il vero motivo per cui i partiti principali hanno deciso di ritardare il più possibile il ritorno alle urne è l'avanzata fortissima delle due forze di opposizione al sistema. Un timore condiviso anche dal presidente della Repubblica, dall'Unione europea e dalla Banca Centrale Europea. Ed ecco che il governo Gentiloni, da esecutivo elettorale e a tempo, acquisisce sempre più i connotati di un'esperienza che potrebbe realmente durare fino al termine della legislatura, previsto nel 2018.


FONTE:
http://www.affaritaliani.it/politica/elezioni-piu-lontane-ovvio-volano-m5s-lega-e-crollano-pd-forza-italia-455457.html

martedì 20 dicembre 2016

Il Pd farebbe bene a tacere su Marra: fu Marino a promuoverlo e Napolitano lo fece commendatore

Nei giorni scorsi si è parlato molto di Raffaele Marra, dirigente del Comune di Roma arrestato con l’accusa di corruzione, e del suo rapporto con la sindaca della Capitalia Virginia Raggi, che lo aveva scelto come capo del personale.

I media e i partiti hanno messo in luce l’errore della Raggi, dimenticando però di raccontarci dei suoi rapporti con gli altri partiti. Soprattutto col Pd.

Per fortuna, però, c’è rimasto qualche giornalista onesto. Come il vicedirettore di Libero Franco Bechis, che scrive:
“Per l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, che lo ha spiegato l’altro giorno in una intervista al Fatto Quotidiano, Raffaele Marra avrebbe fatto parte di quel mondo opaco che lui aveva fatto fuori alla sua epoca. E che è rispuntato come un topino appena gatto Marino fu fatto fuori dal Pd. «Fra Marra e Raggi», ha raccontato l’ex sindaco marziano, «c’ è un rapporto di lunga durata. Io lo avevo relegato in un ufficio senza poteri esecutivi. Leggo che in quel periodo Marra entrò in contatto con i grillini. Immagino che, una volta eletta sindaca la Raggi, si sia sentito in diritto di incassare un posto centrale nell’ Amministrazione comunale».


Naturale che dopo l’arresto di Marra sia un piacere per Marino appuntarsi una medaglia sul petto. E di medaglie in questa vicenda ne sono girate parecchie. Questo però proprio non esiste, nemmeno di latta. Marino non solo non fece mai fuori come rivendica il dirigente del comune di Roma ora finito in manette.

Ma fu lui a promuoverlo e a toglierlo dalla naftalina in cui era finito nelle ultime settimane di Gianni Alemanno sindaco. Alemanno ha raccontato di avere rotto infatti con Marra nel 2010 «perché voleva avere dei ruoli che non gli potevo dare. Voleva stare nel Gabinetto del sindaco, ma non lo ritenevo maturo. Ci fu una rottura e andò con altre amministrazioni».

Marra infatti transitò in Rai grazie a una consulenza, e poi fu preso per qualche tempo dall’allora presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. Anche lì terminò l’incarico e dovette ritornare al comune di Roma dove era distaccato. Non essendo più nelle grazie di Alemanno, ma restando pur sempre dirigente, fu assegnato a una di quelle direzioni un po’ finte che si creano proprio per risolvere casi di questo tipo. Infatti non esisteva, e veniva chiamata «ufficio di scopo».

Aveva il compito di «definire il modello e gli strumenti di cooperazione con le associazioni dei consumatori». Marra sarà stato in quell’ufficio ad elaborare modelli per relazionarsi meglio con Carlo Rienzi o qualche altro capo di associazioni di consumatori, ma lì schiumava rabbia, perché era come essere relegato in uno scantinato a girarsi i pollici.

Fino a quando non è arrivato il suo salvatore, dalla memoria assai corta e labile.

Perché a tirarlo fuori dalla polvere e innalzarlo sugli altari del potere fu proprio il sindaco marziano, Ignazio Marino. Fu lui a firmare l’ordinanza del sindaco numero 26 con cui diede un incarico dirigenziale vero a Marra, dandogli la guida di una direzione esistente all’interno del dipartimento risorse umane sulle relazioni sindacali e la formulazione del contratto decentrato e dei sistemi premianti, e alla direzione era stata assegnata anche la delega sul «trattamento giuridico-contrattuale-disciplina».

Altro che avergli tolto potere, Marino diede a Marra il potere di decidere il contratto decentrato e i premi da assegnare ai dipendenti del comune di Roma. Una posizione strategica per costruirsi una rete interna al comune. Ma quando uno finisce nei guai è normale che le memorie di chi invece lo aveva elevato agli altari diventino improvvisamente annebbiate.

D’altra parte sugli altari Marra era stato portato da tanti. Anche dall’ ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che due volte gli concesse a sua firma altrettante onorificenze: commendatore dell’ ordine al merito della Repubblica italiana, e attestazione al merito della sanità pubblica.

Marra che fu riportato sugli altari da Marino prima ancora che con la Raggi, rafforzò il suo potere anche nel periodo in cui il sindaco marziano finì in disgrazia, facendosi distaccare dal comune a un corso di aggiornamento presso l’Università di Salerno. Secondo molte testimonianze raccolte interne al Comune, però in quel periodo quando c’era bisogno di cercare Marra raramente lo si trovava a Salerno. Il suo telefonino rispondeva spesso dall’estero, perché si trovava gran parte del tempo a Malta.

Lì si riuniva a uno dei suoi fratelli, Catello Marra che ancora oggi guida con la carica di governatore centrale la Iodr – International organization for diplomatic relations.

Uno strano centro di potere, che spesso faceva le sue riunioni in Italia, ma anche a New York e a Miami.

Dai video che esistevano sul sito dell’ organizzazione, e che improvvisamente dopo l’arresto di Raffaele sono stati cancellati, si intravedevano alle varie cerimonie in alta uniforme personaggi della diplomazia italiana, e alti ufficiali dell’ esercito italiano e delle forze di polizia. Relazioni che evidentemente sono servite anche al dirigente del comune di Roma per costruire e rinforzare il suo potere.

Insomma, Marino resuscitò Raffaele Marra. E Napolitano lo nominò commendatore. Ma questo ai cittadini non è dato saperlo: i criminali dell’informazione buttano fango solo sul M5S, che a Roma sta mettendo in crisi i poteri forti.